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PAG SPETTACOLI SCUSATE.tif

SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE

Scusate se non siamo morti 1

Testo finalista al Premio Riccione e al Premio Scenario 2015

Tradotto e messo in scena in numerose lingue

UNA TRAGICOMMEDIA SUL MUTAMENTO


In un futuro non troppo lontano, l’Europa è diventata un continente di emigranti. I cittadini europei, alla ricerca di una vita migliore, cercano di raggiungere paesi più ricchi, ma devono farlo clandestinamente perché nel frattempo tutte le frontiere sono state chiuse.

Su una banchina di un porto italiano, dopo aver preso accordi con un marinaio senza nome, due uomini e una donna salgono di nascosto su un container, convinti di dirigersi ognuno verso una destinazione diversa. Del viaggio sanno poco, quasi nulla. La nave su cui viaggiano però naufraga e i tre rimangono dispersi in mezzo al mare, a galla sul container, sospesi in una condizione estrema in cui il tempo sembra dilatarsi e perdere consistenza.

Con un linguaggio tragicomico lo spettacolo affronta il tema della migrazione osservandolo non solo come fatto politico o sociale, ma come condizione umana - e ancora prima naturale - legata al mutamento, allo spostamento e alla necessità di adattarsi per sopravvivere.
Un viaggio che non riguarda solo chi parte, ma ogni essere umano costretto a ridefinirsi
continuamente nel tempo.

Testo e regia Emanuele Aldrovandi
Con Debora Zuin, Tomas Leardini, Luca Mammoli, Sara Manzoni, Vincenzo Di Giovanni
Scene Francesco Fassone
Luci Fabio Bozzetta
Costumi Costanza Maramotti
Movimenti Olimpia Fortuni
Suoni e musiche Riccardo Tesorini
Trucco Giorgia Blancato
Aiuto regia Bianca Giardina
Grafiche Silvia Castagnoli
Responsabile tecnico Elia Iachetti
Produzione Associazione Teatrale Autori Vivi e Teatro Stabile Torino - Teatro Nazionale

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  • Un tema di forte attualità affrontato evitando la cronaca, la pornografia del dolore e la retorica

  • Una tragicommedia coinvolgente, in cui il pubblico non perde mai il contatto con la storia

  • Un impianto scenico forte e di grande impatto visivo

UNO SPAZIO SCENICO IN CONTINUA RICONFIGURAZIONE
Scusate se non siamo morti in mare non è solo uno spettacolo di prosa, parte dalla parola ma la attraversa con un dispositivo scenico che coinvolge corpo e sguardo. La scena cambia forma continuamente, costringendo il racconto a muoversi tra materia, spazio, luce e suono. Al centro c’è un container girevole che viene aperto, ruotato, attraversato e riconfigurato sotto gli occhi del pubblico. A seconda dell’assetto diventa muro, mezzo di trasporto, rifugio, zattera e persino il corpo di una balena. Il colore dominante è l’arancione, lo stesso delle scialuppe di salvataggio e dei dispositivi di emergenza: un colore funzionale, pensato per segnalare, rendere visibile, intervenire, che marca con forza la presenza dell’uomo e il tentativo di controllare situazioni di pericolo.

In contrasto, i costumi si muovono su una gamma di grigi e tonalità spente. I protagonisti si stagliano così contro l’arancione del dispositivo come presenze isolate, separate dai manufatti che li circondano: figure che emergono per contrasto, più esposte che protette, come se lo spazio costruito appartenesse a un altro ordine rispetto alla vita che lo attraversa. Su questo impianto si innesta il lavoro fisico degli attori che mentre trasformano lo spazio ne vengono a loro volta trasformati, assumendo configurazioni diverse - operatori portuali, naufraghi, mostri marini - attraverso una coreografia che nasce dall’attrito continuo tra corpi e struttura.
Le luci sezionano la scena con tagli netti, come inquadrature che si accendono e si spengono improvvisamente, facendo avanzare il racconto per salti e discontinuità. La partitura sonora intreccia suoni ambientali - versi di balene, rumori del porto, segnali acustici - e interventi di musica elettronica, costruendo ambienti percettivi che mutano insieme alle trasformazioni del container e dei corpi.
Il risultato è un racconto che mantiene la precisione della scrittura, ma la mette alla prova dentro una macchina scenica che lavora per trasformazioni continue e coinvolge lo sguardo dello spettatore, facendo del movimento stesso il cuore dello spettacolo.

IDENTITÀ IN TRANSIZIONE
Il tema del mutamento attraversa lo spettacolo anche nel modo in cui sono state costruite le identità dei personaggi. Nel testo, i protagonisti non hanno nomi propri, ma sono definiti esclusivamente attraverso caratteristiche fisiche: l’Alto, il Robusto, la Bella, il Morbido.
Indicazioni che sembrerebbero oggettive, ma che in scena vengono costantemente messe in crisi. La scelta registica è stata quella di affidare questi ruoli ad attori che non coincidono fisicamente con le caratteristiche indicate dal testo. Lo scafista, figura centrale del racconto e maschile nella scrittura, è interpretato da un’attrice; la Bella, descritta come afrodiscendente, è incarnata da un’attrice caucasica; l’Alto, che nel testo dovrebbe essere fragile e mingherlino, è interpretato da un attore più robusto di colui che interpreta il Robusto. Questo scarto non è un gioco formale, ma un modo per rendere visibile una frattura: anche ciò che appare più evidente - il corpo, la fisicità, l’identità - è sempre filtrato dalla percezione. Non esiste una coincidenza stabile tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo, tra l’immagine che diamo e quella che viene letta dagli altri.
L’identità emerge quindi come qualcosa di mobile, instabile, continuamente ridefinito dal contesto e dallo sguardo. Una condizione che rispecchia il viaggio dei personaggi e il loro stare nel mondo: esseri umani costretti a muoversi, adattarsi, trasformarsi, senza mai poter aderire completamente a un ruolo, a una definizione, a un’essenza.

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Il testo trae la propria forza dal non essere un’opera parassita della realtà, che sfrutta il problema dell’immigrazione e la sua risonanza mediatica; ma al contrario nell’essere un’opera che vuole dire qualcosa che i mezzi di informazione non dicono rispetto a questo problema; nel mostrare un’immagine di questa realtà che normalmente non ci è mostrata; nel renderci evidenti le sue dinamiche e le sue ragioni. In questo modo il teatro riacquista un senso, ed è un senso forte: nella sua funzione di riaprire il dialogo con la società, laddove i media spesso lo chiudono.

Davide Carnevali, prefazione alla prima pubblicazione italiana dell’opera, 2015

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