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Note di regia

Scusate se non siamo morti in mare non è solo uno spettacolo di prosa, parte dalla parola ma la attraversa con un dispositivo scenico che coinvolge corpo e sguardo. La scena cambia forma continuamente, costringendo il racconto a muoversi tra materia, spazio, luce e suono. Al centro c’è un container girevole che viene aperto, ruotato, attraversato e riconfigurato sotto gli occhi del pubblico. A seconda dell’assetto diventa muro, mezzo di trasporto, rifugio, zattera e persino il corpo di una balena. Il colore dominante è l’arancione, lo stesso delle scialuppe di salvataggio e dei dispositivi di emergenza: un colore funzionale, pensato per segnalare, rendere visibile, intervenire, che marca con forza la presenza dell’uomo e il tentativo di controllare situazioni di pericolo. In contrasto, i costumi si muovono su una gamma di grigi e tonalità spente. I protagonisti si stagliano così contro l’arancione del dispositivo come presenze isolate, separate dai manufatti che li circondano: figure che emergono per contrasto, più esposte che protette, come se lo spazio costruito appartenesse a un altro ordine rispetto alla vita che lo attraversa. Su questo impianto si innesta il lavoro fisico degli attori che mentre trasformano lo spazio ne vengono a loro volta trasformati, assumendo configurazioni diverse - operatori portuali, naufraghi, mostri marini - attraverso una coreografia che nasce dall’attrito continuo tra corpi e struttura.
Le luci sezionano la scena con tagli netti, come inquadrature che si accendono e si spengono improvvisamente, facendo avanzare il racconto per salti e discontinuità. La partitura sonora intreccia suoni ambientali - versi di balene, rumori del porto, segnali acustici - e interventi di musica elettronica, costruendo ambienti percettivi che mutano insieme alle trasformazioni del container e dei corpi.
Il risultato è un racconto che mantiene la precisione della scrittura, ma la mette alla prova
dentro una macchina scenica che lavora per trasformazioni continue e coinvolge lo sguardo
dello spettatore, facendo del movimento stesso il cuore dello spettacolo.


Il tema del mutamento attraversa lo spettacolo anche nel modo in cui sono state costruite le identità dei personaggi. Nel testo, i protagonisti non hanno nomi propri, ma sono definiti esclusivamente attraverso caratteristiche fisiche: l’Alto, il Robusto, la Bella, il Morbido. Indicazioni che sembrerebbero oggettive, ma che in scena vengono costantemente messe in crisi. La scelta registica è stata quella di affidare questi ruoli ad attori che non coincidono fisicamente con le caratteristiche indicate dal testo. Lo scafista, figura centrale del racconto e maschile nella scrittura, è interpretato da un’attrice; la Bella, descritta come afrodiscendente,
è incarnata da un’attrice indoeuropea; l’Alto, che nel testo dovrebbe essere fragile e mingherlino, è interpretato da un attore più robusto di colui che interpreta il Robusto. Questo scarto non è un gioco formale, ma un modo per rendere visibile una frattura: anche ciò che appare più evidente - il corpo, la fisicità, l’identità - è sempre filtrato dalla percezione. Non esiste una coincidenza stabile tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo, tra l’immagine che diamo e quella che viene letta dagli altri.
L’identità emerge quindi come qualcosa di mobile, instabile, continuamente ridefinito dal contesto e dallo sguardo. Una condizione che rispecchia il viaggio dei personaggi e il loro stare nel mondo: esseri umani costretti a muoversi, adattarsi, trasformarsi, senza mai poter aderire completamente a un ruolo, a una definizione, a un’essenza.

Emanuele Aldrovandi

Foto Scusate 9_edited.jpg
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