Se il teatro ha ovviamente bisogno che i registi e gli attori siano vivi, per poter dirigere e interpretare spettacoli “dal vivo”, lo stesso non si può dire per gli autori. Gli autori, per essere portati in scena “dal vivo”, possono anche essere morti.

Anzi, se sono morti è anche meglio, perché non rompono le scatole, le loro opere possono essere usate come pretesto per parlare più o meno di qualsiasi cosa e il loro nome – anche se il testo è stato stravolto – resta rassicurante per i cartelloni. Se poi l’autore è morto da più di settant’anni, si fa anche senza pagargli i diritti.

È quindi evidente che gli autori vivi si trovano in una posizione di svantaggio rispetto ai loro colleghi morti. Nonostante questo, continuano lo stesso a esistere e a scrivere. E in certe nazioni, come ad esempio l’Inghilterra, sono il cuore pulsante di sistemi teatrali che si nutrono ogni anno dei loro testi inediti e li trasformano in spettacoli importanti, in cui vengono investite grandi energie economiche e artistiche. Spettacoli che poi restano in scena a lungo e sono visti da migliaia di spettatori, persone che non frequentano i teatri solo occasionalmente ma che sono abituate a passare molte delle loro serate seduti su una poltroncina di fronte a un palco, perché considerano quella teatrale un’arte performativa “viva”, che li riguarda, che parla di loro e che li può stupire, tanto quanto il cinema o le serie tv.

L’Associazione Teatrale Autori Vivi nasce perché ci piacerebbe che anche in Italia le cose andassero così. Da qualche anno le voci degli autori hanno molto più spazio rispetto a prima, ma c’è ancora tantissimo da fare.

Come sarebbe assurdo se i migliori registi vivi fossero relegati alle stagioni off perché i teatri sono pieni di riedizioni delle regie di Strehler, o se i migliori attori vivi potessero recitare solo nei ruoli secondari, perché in quelli principali vengono costantemente sostituiti da ologrammi di Eleonora Duse e Romolo Valli, allo stesso modo è assurdo che in Italia la maggior parte degli spettacoli più importanti siano realizzati a partire dai testi degli autori morti, che magari in nome dell’innovazione vengono reinterpretati o destrutturati in modi che però possono essere apprezzati solo da chi conosce già bene il materiale di partenza.

L’obiettivo dell’associazione è fare in modo che sempre più produzioni mettano al centro i testi di autori contemporanei, impiegando per portarli in scena i migliori attori, registi, scenografi, costumisti, light designer e coreografi. Per poi debuttare nelle sale più grandi dei teatri più importanti, rimanere in scena a lungo ed essere visti da quante più persone possibile.

L’idea che gli spettatori vogliano continuare a rivedere “i classici” può essere a parer nostro vera solo se si considera il teatro come una nicchia di appassionati in continua recessione. La maggior parte del pubblico che non lo frequenta – o che lo fa solo saltuariamente – è infatti convinto che il teatro sia un museo polveroso in cui osservare cose del passato, oppure un’arte auto-referenziale troppo difficile da capire. Servendoci delle voci degli autori vivi noi vorremmo provare a smentire quest’idea, e dimostrare che il teatro può ancora essere un’arte performativa “viva”, accessibile a tutti, alta e allo stesso tempo pop(-olare), collegata davvero e in modo profondo con l’epoca in cui stiamo vivendo.

Le azioni da fare sono tante e ovviamente non possono essere portate avanti da un unico ente. C’è bisogno di una rete intrecciata di collaborazione per arrivare a un progressivo cambio del paradigma culturale. Vorremmo che l’attività dell’associazione andasse in questa direzione, come un piccolo sassolino lanciato in una vasca da bagno – perché parlare di mare, come metafora del teatro italiano, sarebbe eccessivo.